Fashion Law: La Moda non è cosa seria?

Fashion Law: La Moda non è cosa seria?

Chi lo ha detto che la Moda non sia cosa seria. Uno dei più grandi pregi di un film come Il Diavolo veste Prada è stato forse quello di mettere il luce un retroscena che forse a molti sfugge.

Raramente la gente discerne l’eloquenza sotto un mantello logoro.
(Giovenale)

In Italia è ancora solo una “voce di corridoio” ma nelle grandi metropoli è già realtà. La Fashion Law punta a rendere autonomo il settore legale che gira attorno al mondo della Moda. Inasprirà le condizioni per le piccole aziende, relegherà botteghe e artigianato ai margini privilegiando le grandi Maison.

Basterà aspettare e iniziare a farsi un’idea sul complesso mondo che vi ruota attorno.

Giorni fa il corrieredelveneto.corriere.it riportava la notizia di una causa intentata da Hermés contro una pelletteria locale incolpata di imitare la Birkin. La denuncia della Maison francese, che vista l’importanza crescente nel 2003 aveva registrato la forma, avrebbe portato al sequestro di oltre 27 borse della pelletteria veneta di Miatto e il sequestro di alcuni mezzi di produzione. L’esito del giudizio, ad ogni modo, ha rimosso ogni effetto giuridico restituendo all’artigiano quanto dovuto, perché non comportava in alcun modo un’imitazione.

Perché?

Per il fatto che il segno così come è stato registrato risulta molto generico, e perché l’artigiano Miatto produce questa tipologia di borse da oltre 30 anni e soprattutto perché in nessuno dei suoi modelli compariva il marchio Hermès.

Ci si trova in questo caso in una situazione scomoda, in una sorta di rifiuto, un mancato riconoscimento di proprietà intellettuale, se si guarda al lato del denunciatario. Tuttavia il giudice nell’analizzare le motivazioni e i fatti, ha ritenuto di dover scrivere le sorti e il buon tempo per l’artigiano nostrano, che pur non possedendo i mezzi (o le esigenze) per fare della sua opera un brand internazionale ha potuto contare su un’estensiva salvaguardia del suo operato e dunque del lavoro di una vita. 

Miatto fashion law

É da questo punto in poi che mi premeva indagare sulla produzione normativa in tema di Moda, abbigliamento e accessori e la sua collocazione all’interno della tutela della proprietà industriale. 

Il più delle volte quando si dice di lavorare nel mondo della Moda non si viene presi troppo sul serio. O si fa riferimento ad un ambiente malsano per il pregiudizievole pensiero di un mondo fatto di “modelle & schiavisti” o si pensa, nel peggiore dei casi, ad una semplice impresa che altro non fa che riprodurre e rimodellare tessuti.

Nulla di più sbagliato; dietro ad uno dei settori che continua a fare dell’Italia uno dei Paesi esportatoti dominanti, risiede una realtà a sé stante e con nucleo centrale basato sull’ingegno, sulla creatività, sulla cultura e sulla società colta nel suo divenire.

Negli ultimi anni, vuoi per una spinta verso una tutela crescente, vuoi per l’aumento dei contatti sul mercato globale, si è  iniziato a parlare di Fashion Law, edificando così un comparto legislativo funzionale a orientare in modo più chiaro tutto i funzionamento della Moda.

All’interno di questa branca del diritto, le questioni affrontate includono proprio la proprietà intellettuale, business e finanza, diritto del lavoro, diritto sindacale, sicurezza sul lavoro, commercio internazionale e leggi nazionali, sostenibilità, dress code o abbigliamento religioso, privacy, tecnologia, diritti civili, diritti del consumatore e così via. In sostanza si tratta di un settore che tocca troppi aspetti della società pubblica e privata per continuare ad essere disciplinata facendo appiglio a norme generali.

Se poi aggiungiamo il settore marketing, quello dei media, le industrie di cosmetici e profumi è chiaro che il discorso vira verso spiagge ancora più complesse.

Il molte università anche nazionali è possibile trovare corsi di laurea specifici e corsi di perfezionamento per giuristi che vogliano diventare esperti in Fashion Law. Si indaga con precisione e in un ramo giuridico in continua evoluzione sulle problematiche delle filiere della moda e del settore tessile in generale, un ponte a metà strada tra il diritto e l’economia, tra la cultura e il profitto. Un settore che respira proprietà intellettuale e che in quanto tale deve ambire al più alto grado di tutela dell’ingegno creativo che ivi comanda.

Certamente in un epoca post-moderna come la nostra, l’innovazione e la ricerca smodata di nuovi materiali altamente tecnologizzati fanno da apripista in questo cambiamento, ma anche il design è una colonna portate, nonché elemento base di una “casa” che crea la sua identità proprio su forme e modelli distinguibili nel tempo, ovunque.

La lotta alla contraffazione nella moda riveste un particolare carattere, la difesa non sta solo nei diritti acquisiti con il proprio ingegno e il proprio prodotto ma proprio in una ferrea difesa del marchio, dell’identità della Maison e nella reputazione di un prodotto fatto principalmente di immagine ( e poi da utilità).

Tutelare il lavoro artistico che ci sta dietro, la creatività non è solo un passo obbligato ma una misura di sicurezza per valorizzare il know how che in anni siamo riusciti a far evolvere sotto il nome del lusso e dell’eleganza. E’ una simbiosi tra tradizione, capacità identificativa del marchio, innovazione e capacità di tradurre in abiti il cambiamento della società.

La Fashion Law nasce per fare gli interessi delle PMI, delle Case di Moda, degli stilisti, dei designer, dei creativi, delle modelle, dei distributori, dei rivenditori, degli organizzatori di eventi, promoters e soprattutto consumatori, per garantire il miglior livello di qualità, sempre.

Una volta che la Fashion Law, approderà anche nel Bel Paese ci saranno dibattiti da affrontare e certamente qualcuno che si troverà a rappresentare l'”anello debole della catena”, ma a farne le spese non sarà mai la micro piccola o media impresa se questa sul mercato, (benché piccolo) riuscirà a primeggiare tra le altre per la qualità e per la credibilità.
Anche quando si ha a che fare con brand internazionali, quando gli interessi riguardano “pesci ben più grandi” la certezza di avere sotto i piedi un terreno solido costruito dal ruolo pretorio della giurisprudenza e dagli adeguamenti normativi, nessuno potrà mai minare quel tessuto culturale prima che produttivo, tipico del mercato italiano, che si regge su eccellenze e piccoli maestri in via d’estinzione. 

 La certezza del diritto allontana l’incertezza della tutela.

[Crediti foto]
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