Il NO dell’Europa al Ttip

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Non è solo l’Europa a dire no al Ttip ma il mondo intero per i risvolti che l’uniformazione dei mercati internazionali comporterebbe per la democrazia, l’ambiente e la salute.

Del Ttip, il Trattato Transatlantico sul Commercio e sugli Investimenti, se ne parla già dal 2013 ma è in questi giorni che l’opinione pubblica ha incalzato per bloccarne (o tentarne) la progressione. Il Trattato mira ad uniformare il commercio internazionale tra UE e USA e sta provocando notevoli reazioni contrarie non già per gli obiettivi presenti negli accordi quanto sulle modalità attraverso le quali si sta decidendo di proseguire per realizzarli.

In sintesi il trattato prevede

  • l’integrazione tra i due mercati
  • la riduzione dei dazi doganali e
  • la parziale riduzione delle barriere non tariffarie

Si tratta di elementi che semplificherebbero gli iter e il traffico delle merci tra i due mega blocchi commerciali, come ad esempio le differenze tra i vari regolamenti tecnici, norme e procedure di omologazione su salute e ambienti o ancora tutti gli standard dei prodotti e della produzione.

Sulla carta il TTIP sembrerebbe un passo avanti nel controllo politico della globalizzazione e gli accordi di libero scambio per aiutare la crescita economica.

La verità, però è che finisce con il privilegiare i diritti di grandi imprese e multinazionali anche sorpassando i diritti dei cittadini. Ed è per questa ragione che l’opinione pubblica inizia a definirlo “nuovo mostro” anche dinnanzi il plauso del governo italiano pare voler seguire la coda lunga di un miglioramento del potere dell’Europa sul mercato internazionale.

Non è da dimenticare che USA e UE assieme rappresentano quasi il 50% del PIL mondiale e oltre un terzo del mercato globale e che il via a simili accordi duplicherebbero le ricchezze del vecchio continente.

Quello che manca, per bilanciare profitto delle imprese e diritti fondamentali è innanzi tutto una puntuale informazione sul reale contenuto degli accordi e laddove presente una palese carenza dal lato delle garanzie basilari atte a tutelare beni di fondamentale importanza, quali salute, integrità degli alimenti, standard di produzione e sicurezza o  tutela del lavoratore.

Il dato più tangibile di tale smacco alla democrazia sarebbe infatti rappresentato dall’istituzione del ISDS (Inventor-state dispute settlement) un arbitrato internazionale che consentirebbe alle imprese di intentare causa ai governi nazionali per “perdita dei profitti”, una previsione che metterebbe in ginocchio le già carenti garanzie per l’uomo solo allo scopo di tutelare i profitti (o mancati tali).

Ulteriore esempio è dato dalla proposta di Direttiva Europea sulla qualità dei carburanti, mancante di qualsivoglia soluzione sulle elevate emissioni di gas serra, lo stesso accade per gli OGM o per gli standard di sicurezza degli alimenti.

In questi giorni nelle sedi istituzionali europee di sta discutendo il documento, frutto di trattative comunque segrete tra i due blocchi, tenendo presente le consultazioni che da marzo 2014 ha avviato sul web sulla bozza di documento. Qualche giorno fa, inoltre, è stata la Giornata di azione globale contro i trattati di libero scambio, in oltre 500 piazze europee se n’è dimostrato tutto il disappunto.

Come hanno detto i Verdi europei, “il processo decisionale democratico ricadrà forzatamente sotto la scure dell’arbitrato internazionale. Gli Stati accusati avranno solo due opzioni: o recedere dalle loro decisioni o pagare somme enormi per compensare gli investitori”.

Argomenti come grande distribuzione, proprietà intellettuale, settore farmaceutico, appalti pubblici saranno oggetto di uniformazione, senza considerare il peso delle specificità locali, tradizioni ed evoluzioni normative che andrebbero ben analizzate e vagliate prima di procedere ad un passo così spedito. L’Italia ha ancora troppe incertezze in ambito europeo che non possono essere incongruenti con il TTIP, basti pensare al Patent Box e ai limiti che lo stesso governo ha posto in ambito UE.

Intanto però il Ttip va avanti, i negoziati non si bloccano nemmeno dinnanzi le manifestate contrarietà per la segretezza degli accordi tra USA e UE. Giorni fa si è tenuta la Giornata di Azione Globale Contro i Trattati di Libero Scambio in oltre 550 piazze d’Europa paventando il rischio di una carente democrazia liberticida e il merito va tutto a tecnocrati non eletti, in nome di un liberismo che sì ci appartiene, in quanto parte dello spirito europeista ma perché ostativo all’efficacia di qualsivoglia libertà dell’uomo (e delle piccole economie che attualmente faticano a tenere il passo con un mercato che non offre molte opportunità di ripresa).

L’area di libero scambio che creerebbe rappresenterebbe la più vasta area del mondo intero in termini di un’uniformità che non si è ancora capito cosa nello specifico comporti.

Dall’alimentazione ai farmaci ogni settore produttivo avrebbe un deus ex machina in grado di muovere i fili di quanto finora si è costruito anche in termini di consumo etico. Il prezzo della semplificazione e del più avanzato liberismo non può essere il superamento delle tutele presenti. La soluzione, se così deve essere, sarebbe un’apertura al cittadino, all’uomo e al complesso di  norme, globalmente condivise sulla tutela di ambiente, salute e civiltà.

 

[Fonte] [Crediti Foto]

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